La ripresa del senso

La ripresa del senso

“L’offesa più atroce che si può fare a un uomo è negargli che soffra”
Pavese

Beatrice, nel pieno della sua adolescenza, a seguito della perdita della mamma, testimonia che ognuno di noi può attraversare il lutto, riavvolgendo il gomitolo della propria vita: potenziando l’amore per se stessi e per gli altri, acquisendo consapevolezza e rafforzando le proprie risorse di resilienza di fronte alle criticità della vita.

Presentazione anamnestica della paziente.

Beatrice è una ragazza di 17 anni, frequenta il terzo anno del liceo linguistico e presenta un ottimo andamento scolastico. Vive con il padre perché la madre è mancata a causa di un tumore, ha contatti con le zie e i cugini, ma la presenza di queste figure e in particolare quella del padre le risultano talvolta ingombranti, in quanto, a suo parere, non la comprendono.
Il motivo per cui chiede aiuto è consequenziale alla perdita della madre: si è isolata dagli amici e trascorre gran parte del suo tempo chiusa in camera.
Il dolore separa, ci allontana dal mondo, dai noi stessi, dai nostri ritmi nonché progetti di vita. È un’esperienza lacerante del Sè : non ci ritroviamo, siamo smarriti, disorientati in balia dei flutti. Il sofferente tende all’isolamento, al silenzio o al grido.
Chi subisce una perdita è come se avvertisse la trama della sua vita squarciata: la perdita segna un prima ed un dopo.
Il nostro vissuto, le nostre emozioni, la percezione della nostra realtà vengono modificate e nulla risulta essere come prima.
Le persone che si presentano in studio per essere aiutate ad elaborare un lutto portano con sé un dolore insostenibile, sia da un punto di vista emotivo che fisico.
Non è un caso che la parola “cordoglio” derivi dal latino cor-dolium e significhi “cuore che duole”. 
Di fronte a questo vissuto profondamente doloroso mi chiedo: come posso aiutare Beatrice a risollevarsi, a indirizzare il suo sguardo verso il mondo? A riprendere le fila del suo percorso?
Proprio facendo riferimento alla logoterapia e all’’analisi esistenziale di Frankl capisco che sto incontrando una persona e non un problema.
La logoterapia è “cura dell’anima”: di fronte al dolore, alla precarietà esistenziale, all’incertezza l’uomo è chiamato ad acquisire la consapevolezza della propria finitudine.
Tale consapevolezza non implica un gesto passivo, ma un atto eroico, ovvero “l’ accettazione, almeno nel senso che essa ci fa sopportare nel modo giusto e leale un destino autentico, è essa stessa un ‘azione; meglio ancora, essa è non solamente “una” prestazione, ma “la più alta” prestazione che all’uomo sia dato di realizzare” (Frankl ViKtor “La sofferenza di una vita senza senso. pp 82-83).

Frankl ci indica l’importanza di una cura esistenziale ed educativa.
La sofferenza ha un significato quando è espressione di amore, quando si soffre per amore di qualcosa o di qualcuno: “una sofferenza con pienezza di senso è il sacrificio” (Frankl Viktor “Homo patiens”. p. 86).” Una sofferenza dotata di senso è rivolta sempre al di là di se stessa e rimanda a qualcosa “per il cui amore “si soffre.” (ibidem p.86).
Qui si manifesta l’aspetto sostanziale della logoterapia: coltivare la possibilità di un orizzonte di speranza, anche nei momenti più bui, e dunque promuovere le condizioni per una possibile rinascita.
Come recita Ippocrate: “il medico che si fa filosofo diventa pari a un dio”.

Primo contatto: prima e seconda seduta. Valutazione iniziale-raccolta dati

Prima seduta

La ragazza, tutta vestita di nero, entra in studio, accompagnata dal padre che telefonicamente mi ha anticipato la situazione. Il padre ci lascia e la paziente si siede , non mi guarda ,a fatica risponde ad alcuni miei tentativi di aprire il dialogo e mostra chiusura nell’interazione, la comunicazione è ermetica: teme che “ nulla sarà più come prima ”, ha paura di riprendere a vivere senza la mamma e al momento nessuna figura riesce ad essere per lei “ un punto di riferimento”. Si sente smarrita e disorientata.
“Fatico ad alzarmi la mattina, le ore della giornata sono interminabili …fosse per me starei sempre a letto e in totale isolamento…, papà e le zie mi dicono: “scuotiti” - “reagisci”. “Sono sola e ho paura. Adesso è come se non ci fosse più niente”, mi sento” un naufrago “:
Dalle sue affermazioni si percepisce che è sbattuta da un punto all’altro nel cuore di una tempesta che la destabilizza e non le offre orizzonti di apertura e di risoluzione. Il suo sentire è fluttuante: una serie sequenziale di emozioni alterna luci e ombre, Beatrice è dentro una dinamica circolare che retroagisce e nella quale si perde.
Ad un certo momento, nel corso della seduta, cala il silenzio: il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagnia di qualcosa di tenero e avvolgente, direi che quel fare silenzio insieme fa nascere un incontro. Io taccio e Beatrice intuisce che non è sola nel suo dolore.
Nell’isolamento è più facile ascoltare i propri pensieri.
La stanza con i suoi muri, le sue sedie, il suo pavimento, ci fa da contenitore.
Quel silenzio che accolgo e rispetto dà a Beatrice accoglienza, ospitalità, intensità nella relazione. Il silenzio semina. Il silenzio è cosa viva.
Con il sostegno della Logoterapia e dell’Analisi Esistenziale, capisco che ci sono momenti in cui non ci sono tecniche, ma siamo di fronte “allo stare” in una dimensione spirituale, alla sintonia, all’empatia: il silenzio sa, nel silenzio si intuisce e si impara e nel silenzio io e Beatrice ci incontriamo.
L’intimità dell’incontro, la “buona relazione” sono presupposti necessari, anche se non sufficienti, per stabilire “l’alleanza terapeutica” 
Tenere il dolore in silenzio, permette la sua trasfigurazione: self-help.
“La sofferenza è una prestazione spirituale e una crescita, ma è anche una maturazione. L’uomo che cresce oltre se stesso matura. E’ così: il vero e proprio risultato della sofferenza è un processo di maturazione. La maturazione, però, poggia sul fatto che l’essere umano giunge ad una libertà interiore nonostante la dipendenza esteriore. (Frankl: “Homo Patiens pp.82-83)
Si chiude la seduta con la richiesta, da parte della paziente, di fissare un altro appuntamento.

Seconda seduta

Valutazione diagnostica: elaborazione del lutto.
Nel raccontare la propria condizione esistenziale, Beatrice evidenzia
una notevole difficoltà nell’accettare la perdita della mamma e nel contempo manifesta una profonda rabbia, non riesce a pianificare le giornate perché la sensazione prevalente è quella dello smarrimento, sottolinea inoltre che “stare da soli non è piacevole” e che la sua vita le risulta priva di senso.
Procede: “ogni giorno faccio i conti con il vuoto contro il quale lotto con tenacia per dare un “pieno” alla giornata e non sprofondare”. Continua: “alla sera mi corico presto per annullare la mia identità”.
Siamo di fronte a un Sé fragile, impotente, minacciato dal mondo esterno: parole, toni di voci altrui, gesti, frasi, tutto viene percepito a livello epidermico e viscerale e crea squilibri emotivi. “L’Altro è pericoloso”, si riposizionano le relazioni precedenti.
La morte di qualcuno riscrive tutte le relazioni con quelli che restano. Che cosa resta?
Contengo il grande disagio emotivo di Beatrice e l’accompagno nel rivedere e rielaborare una nuova narrazione della sua vita.
Secondo Neimeyer (2006) l’evento traumatico rappresenta una enorme discontinuità nella propria costruzione autobiografica: c ’è un prima e un dopo.
La frattura tra il “prima” e il “dopo” rimette in discussione le proprie assunzioni con conseguenze negative o anche positive.
E’  stato dimostrato che la perdita può portare a miglioramenti per la maturità e nella forza psicologica. (Neimeyer)
Il lutto in tutte le sue forme, è un’esperienza personale.
Il dolore sperimentato è unico ed ognuno ha dei tempi di cicatrizzazione che non possono essere equiparati a quelli di un altro.
Nel tempo sono state distinte delle fasi che la persona attraversa con modi e tempi soggettivi e, se tutto procede senza blocchi, siamo in presenza di un “lutto normale “(ovvero non patologico).
Una sana elaborazione del lutto prevede cambiamenti ed evoluzioni, che, per quanto siano dolorosi, spingono verso una ripresa della vita senza paralizzarsi.
Del resto il dolore del lutto non guarisce mai del tutto, ma deve decantare a poco a poco.
Anche il fuggire a tutti i costi dalla sensazione di dolore, cercando di lasciare che sia il tempo a guarire la ferita, risulta illusorio .
Come recita Proust: “si guarisce da una sofferenza solo a condizione di sperimentarla pienamente”.
Il dolore evitato non solo si mantiene ma si incrementa nel tempo.
L’evento critico innesca una serie di adattamenti emotivi e cognitivi necessari per dare senso alla perdita.
Si assiste ad un cambiamento degli schemi nel trauma e nella crescita postraumatica: la propria “visione del mondo” viene sfidata o distrutta nelle sue convinzioni fondamentali.
Nell’apertura della seconda seduta la ragazza, a fasi alterne, ricalca aspetti sopra evidenziati, ma ad un certo momento mi inserisco per intervenire nel dialogo, il tono è lento, cadenzato, coinvolgente: “Beatrice, io conosco bene il tuo dolore, recentemente ho perso anch’io i miei genitori e nonostante sia una persona adulta ho un vuoto emotivo che si tinge di colori diversi; ci sono giorni in cui la percezione della mancanza di mia madre mi lascia senza fiato e mi trascina via.” Lei mi guarda e rimane in silenzio.
Procedo:” So dunque che non è facile, ma con impegno possiamo ridare un senso alla nostra vita”.
Questo mio intervento, accompagnato dal tono accogliente ed avvincente del coinvolgimento emotivo, in una stanza dove regna il silenzio, ha promosso  un’ “alleanza”. Siamo diventate” compagne di viaggio” con una meta da condividere: la ripresa del senso delle nostre vite.
Intenzionalmente mi sono aperta a lei, le ho fatto spazio per incontrarla. “Tenendo presente la dimensione dell’incontro, il logoterapeuta supera il puro livello scientista nei confronti della persona e può percepirsi in una comunicazione esistenziale” (“Il senso come terapia” di Eugenio Fizzotti p.121).
Nell’incontro logoterapeutico il procedimento dialogico richiama la funzione maieutica socratica una sorta di “ostetricia spirituale”: aprire un varco di possibilità per portare alla luce un significato da realizzare in cerca di una prospettiva di senso.
Lo scopo educativo del dialogo socratico, nella fase dell’incontro logoterapeutico, guida l’altro ad oltrepassare i propri limiti, a crescere muovendosi verso una direzione di senso.
Elisabeth Lukas ha evidenziato i principi della conversazione socratica in quattro fasi:
- valorizzare la persona: esaltare gli aspetti positivi e le risorse;
- chiarificare il problema: determinare il focus del problema;
- individuare alternative: come aperture a una decisione di libertà e responsabilità;
- seguire le tracce del senso. (Lukas: Logoterapia).
IL dialogo socratico conduce a un migliore rapporto dell’Io con se stesso, Platone scrive che “quando pensa, l’anima non fa nient’altro che dialogare, interrogando sé stessa e rispondendosi da sé, affermando e negando.” (Teeteto)
La relazione dialogica è educativa e di estrema apertura nei confronti di nuovi significati e ricerca di sé.
Da qui si avvia un cammino verso il significato della sofferenza che necessita di mobilitare- attraverso l’accettazione, il superamento del dolore e infine il raggiungimento del vissuto di senso- le capacità umane di autodistanziamento e autotrascendenza,
Promuovo, in questa fase, un intervento volto a riattivare le risorse della paziente.
“Se pensi alla mamma, cosa credi che apprezzerebbe di te in questo momento?
Risponde: “Nulla”. Allora le  chiedo se le piacerebbe recuperare qualche cosa di lei che la mamma apprezzava. Riflette un attimo e poi sussurra: “Sì, certo, sicuramente: potenziare la conversazione in lingua straniera, in particolare inglese e francese. E poi aggiunge: “Ricominciare a suonare l’arpa”.
Il comportamento analogico (non verbale) della paziente muta nell’immediato: la postura diventa meno rigida, lo sguardo aperto e fermo è rivolto con stupore verso di me. Mi scruta e sento che inizia ad affidarsi, percepisco che insieme siamo riuscite ad abbattere un muro: c’è sintonia, c’è apertura, incontro.
La seduta si chiude con un “ciao” ed un sorriso.
Riportando le parole di Frankl, si può splendidamente affermare: “L’uomo ha bisogno di una guida che gli faccia da battistrada e lo preceda, mantenendo una distanza che non può mai essere colmata. La guida perderebbe il suo carattere di necessità non appena venisse raggiunta. L’ esistenza oscilla in una continua tensione tra essere e dover-essere e non può farne a meno. L’uomo non esiste per essere, ma per divenire…”(Homo Patiens-pag.51).
Direi che su questo concetto del divenire vanno a caratterizzarsi le sedute successive che vedono la paziente attivarsi in un processo di trasformazione, facendo leva sulle risorse anestetizzate dalla morte che come lacerazione interiore è accompagnata da processi e cambiamenti soggettivi: l’esperienza del dolore aiuta a crescere interiormente.
E’ ampiamente condivisa l’idea secondo cui nel processo di elaborazione del lutto vi sia, oltre al vissuto doloroso da gestire, un cambiamento generale connesso alla perdita di persone significative: la morte è un altro genere di nascita. Si cambia pelle.

Fase centrale del percorso terapeutico, terza-quarta seduta, riduzione dei sintomi, ampliare le risorse: sviluppo del percorso.

Negli incontri successivi noto che Beatrice si sta impegnando con se stessa, come aveva promesso alla madre: inizia ad interagire con se stessa e ad operare delle scelte da realizzare.
La logoterapia è di grande riferimento perché invita all’impegno, alla serietà, alla presa di responsabilità del valore della vita.
“Scegliere” significa attivarsi e ampliare lo scenario delle possibilità di senso.
Viktor Frankl nel suo testo “Psicologo nel leager” sosteneva che “Sarebbero sopravvissuti alla deportazione coloro che avevano una grande forza interiore, coloro che avevano la capacità di scorgere uno scopo che desse valore all’esistenza. Chi, invece viveva nel passato, senza una prospettiva purtroppo difficilmente sopravviveva”.
La capacità dunque di attingere alle proprie risorse è fondamentale. La forza d’animo a sua volta racchiude al suo interno altre dimensioni: l ’impegno a delineare un obiettivo significativo (senso come dice Frankl) della propria esistenza, la convinzione che la persona sia in grado di controllare l’ambiente circostante e la percezione che la persona sia in grado di apprendere e svilupparsi grazie ad esperienze sia positive che negative; la fiducia in sé e nelle proprie capacità; le strategie di coping(strategie di adattamento).
Se dunque l’essere resilienti dipende in gran parte da se stessi, dalla capacità di avere chiarezza circa gli obiettivi e gli scopi della propria esistenza, dipende altresì anche dalla capacità di avere progettualità, coraggio e proattività, sapendo costruire piani per il futuro e sapendoli realizzare.
Un atteggiamento resiliente è quello di far tesoro delle proprie risorse, traendo anche insegnamenti da situazioni negative. È la capacità, nonché forza di assumersi la responsabilità della propria vita in modo attivo e produttivo.
Attuare dei progetti individuali, raggiungere degli obiettivi basati sulle potenzialità soggettive significa aprirsi alla vita: autodistanziamento.
“ Essere - uomo  vuol dire essere sempre rivolto verso qualcosa o verso qualcuno, offrirsi   e dedicarsi pienamente a un lavoro, a una persona amata, a un amico cui si vuol bene ,a Dio che si vuol servire. Tale autotrascendimento sorpassa di gran lunga una visione monadologistica dell’uomo, secondo la quale questi [….] non sarebbe orientato verso il mondo,ma sarebbe esclusivamente interessato a se stesso.” (Frankl Viktor,”Alla ricerca di un significato”pp.71-72)

Autotrascendersi significa andare oltre se stessi non trascurandosi e Beatrice, nel corso di una seduta, parla con tono pacato di un’apertura nei confronti del padre ,con il quale manifesta una maggiore interazione, condivisione ,in particolare si prende cura di lui.  Siamo di fronte all’autentica autotrascendenza: l’esercizio dell’autotrascendenza non è trascendentale, è un fenomeno naturale orientato verso un significato da realizzare o un’altra esistenza umana da incontrare e amare. E’ un’apertura verso l’altro: “la porta si apre sempre verso l’esterno” (Frankl)
“Solamente nella misura in cui ci diamo ,ci doniamo ,ci mettiamo a disposizione del mondo, dei compiti e delle esigenze che a partire da esso ci interpellano nella nostra vita ,nella misura in cui ciò che conta per noi  è il mondo esteriore e i suoi oggetti, e non noi stessi o i nostri propri bisogni ,nella misura in cui noi realizziamo dei compiti e rispondiamo a delle esigenze, nella misura in cui noi attuiamo dei valori e realizziamo un significato, in questa misura solamente noi ci appagheremo e realizzeremo egualmente noi stessi .[…] Solo un uomo che avrà mancato il vero senso della propria vita, sognerà il compimento di sé stesso non come effetto, ma come fine in sé”.(Viktor Frankl “Logoterapia e analisi esistenziale”p.57).
“In altri termini, tutto il divenire formativo di una persona nel corso dell’esistenza avviene in relazione a un universo di significati e valori che stanno al di là di essa”. (Bruzzone, “Fondamenti psicopedagogici dell’analisi esistenziale”)
Il significato è la risposta che la ragazza dà al lutto: il significato non è qualcosa che bisogna capire, ma qualcosa che si deve compiere (Scheler)
Nei mesi successivi Beatrice vive la mamma come “guida morale” e tutto ciò si traduce in atti concreti: comincia a progettare e, nel corso di una seduta, mi dice che ha ripreso a praticare l’attività sportiva, ha ricominciato a suonare l’arpa, ha riallacciato i rapporti con alcuni amici, anche la frequentazione degli zii è meno sofferta ed è venuta meno la percezione iniziale, ossia ”la paura di dare fastidio”.
Grazie alle modalità della logoterapia e dell’analisi esistenziale, in particolare la tecnica della dereflessione, la cui funzione consiste ad aiutare il soggetto a ignorare se stesso” per dedicarsi a uno scopo, a una persona che ama “(Fizzotti, 2002, p.217), Beatrice riesce ad osservare il padre da una nuova prospettiva e nel corso di una seduta evidenzia alcuni aspetti positivi del comportamento paterno che prima le erano oscuri.
Si evidenzia dunque un cambiamento nella relazione con gli altri, in particolare si percepisce la crescita della fiducia in sé, negli altri e nella realtà, con la scoperta della collaborazione e della vicinanza con cui si supera la solitudine e si rafforza la rete sociale.
Riaffiora quella fragile ma robusta vena sotterranea che fa sgorgare una percezione di sé trasformata: Beatrice si sente come più forte e più capace e si apre a nuovi aspetti della vita.
L’equilibrio di Beatrice è ancora un po’ instabile, ma nel contempo solido perché si è riconciliata con se stessa, ma soprattutto con la vita alla quale ha ridato un senso, ed è infinitamente grata alla logoterapeuta, ma soprattutto è orgogliosa del suo senso di responsabilità, ritrovato nel granaio, che continua ad indirizzarla nei momenti di transitorietà, nonché di incertezza.
L’intervento terapeutico ha rafforzato un messaggio di fiducia nelle capacità di Beatrice per sollecitarla a costruire il senso di forza personale.
Il logoterapeuta nel suo ruolo di “battistrada” accoglie il paziente nella fase del suo processo di revisione del mondo di convinzioni, volto a costruire una nuova visione “accomodata” alla perdita.
Riferendosi alla sua pratica clinica, Frankl riteneva che il compito del logoterapeuta fosse più simile a quello di un oftalmologo che a quello di un pittore: egli “non deve trasmettere al paziente un’immagine del mondo così come lui lo vede, ma piuttosto renderlo capace di vedere il mondo così come esso è”.(Ibidem)
In linea con i fondamentali contributi di Frankl, guido Beatrice nel ricostruire un mondo di significato e di coerenza nella narrazione della sua vita.
Nel momento in cui non possiamo mutare la realtà oggettiva, siamo sollecitati a cambiare, a crescere oltre noi stessi, e Beatrice l’ha fatto.
Sottolineo a Beatrice i cambiamenti positivi che ha prodotto e la guido a percepirli e vederli come un modo per onorare la madre.
In linea con i contributi di Frankl si evidenzia il lutto come un processo nel quale ci sforziamo di ricostruire un mondo di significato, tentando di recuperare coerenza nella narrazione delle nostre vite.
A questo punto suggerisco a Beatrice di ri-raccontare la sua storia, ovvero di scrivere la sua autobiografia, in cui “l’Io narratore” apre l’esistenza a nuove possibilità.
“Il soggetto non si limita a recuperare il passato estraendolo dall’inconscio, ma lo sottopone a un processo di revisione e reinterpretazione che, pur non potendo modificare i fatti, ne trasforma il significato.” Curare la propria storia “in questo senso, significa rivisitare la memoria del passato, ricomponendola in un nuovo racconto.” (Bruzzone ,cit,pag. 206) .
La rielaborazione narrativa richiede una alta qualità di risposta sociale al proprio lutto: possibilità di “raccontare” - rielaborare la propria realtà, nonché gli schemi.
La scrittura diventa una modalità autoriflessiva in cui Beatrice si ritrova e si autodistanzia, rafforzando il suo baricentro interiore per riscoprirsi regista della propria esistenza.

La scrittura è un potente strumento di introspezione: è curativa, è catartica, è uno strumento antico e risponde a diverse funzioni del nostro conscio ma anche inconscio.
Pessoa recita così:” Se scrivo abbasso la febbre del sentire”.
Per Frankl la scrittura non ha solo funzione catartica e di cura, ma è l’esperienza che permette di promuovere una comprensione di sé più profonda volta all’acquisizione di una maggiore consapevolezza.
In sintesi, si può dunque sottolineare che “Il compito della logoterapia consiste esattamente nell’aiutare il paziente a scoprire, nella concreta situazione in cui si trova, la prospettiva di senso che lo attende “(4). (Bruzzone ,cit,p.93)
Beatrice appare più salda e orientata, anche se la meta non è del tutto ancora focalizzata e molte domande invadono la sua mente: “Perché la mamma è morta senza preavviso?”. “Che senso ha la morte”
Per un attimo taccio e poi le dico, sempre con un tono caldo e pacato ed una prossemica volta verso di lei: “Vedi, cara Beatrice, la vita e la morte sono i due contrari di un grande insieme all’interno del quale ci sta la nostra avventura terrena” , e poi procedo menzionando Frankl: “Domandiamoci che cosa accadrebbe se la nostra avventura terrena non fosse determinata nel tempo, ma fosse infinita. Se fossimo immortali in  questo     mondo, avremmo ogni buona ragione per rimandare ogni nostro atto”. In questo senso verrebbe meno la nostra stessa responsabilità per la vita. (Viktor Frankl,”Logoterapia e analisi esistenziale” p.108)
La ragazza mi guarda, mi sorride e dice: “Vero” e con stupore aggiunge” non ci avevo mai pensato”.
È proprio il nostro progettare che ci permette di realizzare ciò che siamo.
All’uomo resta dunque la libera possibilità di “trasmutare il materiale che il destino gli fornisce in parte con il proprio lavoro, in parte “sperimentando o soffrendo di “sbozzarne fuori” quanto più può valori creativi, di esperienza o di atteggiamento.
Proprio con il sostegno della Logoterapia e Analisi Esistenziale, Beatrice si appella ai suoi valori di atteggiamento.
Con valore di atteggiamento Frankl intende la ricerca del significato evolutivo che è sotteso a qualunque esperienza negativa; e qui si manifesta la libertà dell’individuo che può trasformare il suo rapporto con la sofferenza e con la vita.
La realtà di Beatrice come “naufrago” è tuttavia rimasta invariata, ha, però, trasformato il suo atteggiamento nei confronti della vita: c’è un cambiamento valoriale nel suo atteggiamento nei confronti di se stessa, del mondo e degli altri
Beatrice cerca, nel prosieguo del percorso terapeutico, di far leva sulle risorse e afferma di percepire la presenza della madre con la quale riprende il dialogo, lasciando fluire le emozioni per costruire un nuovo equilibrio e stare, a sua insaputa, in una nuova dimensione spirituale.
La logoterapia vede l’uomo come un essere tridimensionale costituito da corpo, mente e spirito: tutte le parti devono essere curate. In quanto essere spirituale l’uomo è indotto a capire il senso della propria esistenza.
Il termine spirituale ha un significato fenomenologico-esistenziale. Infatti: “il logoterapeuta non è un moralista, né uno spiritualista ma il suo intento fenomenologico (ciò che si vede) è quello di scoprire, attraverso la dimensione spirituale, come la singola persona vive i propri valori, soprattutto la libertà e la responsabilità, e non solo la propria visione della vita. Tutto ciò allo scopo di trasformare “il dolore […] in forme nuove di pensiero che diventa aperto e genera stati di serenità, di completezza, di equilibrio, ma anche di eroismo.”
Beatrice ente la vicinanza della madre che le dà forza nel suo procedere e progettare. “Il legame continua”: la continuazione dell’interazione con le persone dopo la morte è molto più comune che non lo scioglimento del legame.
Dal “Legame che Continua” sappiamo che la meta del lavoro non è separarsi dalla persona perduta, ma ristrutturare in nuove forme il legame: ridare un nuovo significato.
Nella storia delle specie umana la continuazione dell’interazione con le persone dopo la morte è molto più comune che non lo scioglimento del legame.
Evidenzio che il ricordo non è dunque sterile ma diventa elemento di crescita e trasformazione, mantiene viva la memoria e il legame e alimenta la speranza che consente a Beatrice, attraverso impegni e nuove mete, di crearsi una prospettiva di significato del legame. La proprietà di offrire continuità al legame che si rafforza nel divenire temporale della vita umana pone la coscienza in stretta connessione con la memoria, con “i granai del passato” (Frankl).
La rielaborazione del legame è il nucleo del processo di trasformazione positiva che permette a Beatrice di crearsi una prospettiva di significato della perdita.
Beatrice, nel corso di una seduta, fa questa rivelazione: “Sai che ogni giorno sento la mamma sempre più presente: lei è nel mio cuore”. “Durante la giornata lascio aperta la porta della camera della mamma: si crea un flusso, una corrente tra la vita delle altre stanze e quella stanza vuota e silenziosa. Gli spazi si arricchiscono: vibrano”.
Mi rendo conto che la rappresentazione interna del legame le dà un “senso di essere con”: il legame con la presenza introiettata permette al soggetto di orientarsi verso nuovi orizzonti.
Procede e aggiunge: “Alla mamma racconto quello che faccio, le parlo e sento che lei mi ascolta”. “Sai, a volte, mi pare di vivere in un’altra dimensione…sarò impazzita?”
A questo punto mi inserisco nel colloquio e le spiego che il nostro mondo interiore, il nostro sentire-percepire è quel “patrimonio intangibile (dimensione spirituale) che ci permette di aprirci a nuovi orizzonti non perdendo di vista quello che abbiamo accumulato nel passato e non trascurando, come sostiene Frankl,: “i pieni granai del passato”.

 

Stabilizzazione del processo di lutto.

Durante questa fase, Beatrice comincia a riflettere su chi era e cosa rappresentava per lei la mamma, cos’ha lasciato dentro di lei, quali sono i ricordi che ha di lei, com’era qualitativamente il tempo trascorso insieme: “mi sentivo avvolta e protetta dalle brutture del mondo”,” era un porto sicuro in cui potevo attraccare in qualsiasi momento”. “Ad oggi ” lei è il mio porto segreto, interiore”.
Procede ed asserisce che la “strada “ non è priva di ostacoli, ma la presenza della mamma è al suo fianco. “La mamma la porto sempre con me è nel mio cuore e ora sono io che la proteggo”.
Beatrice riferisce che proprio nello stato di veglia, vive questa sensazione di presenza materna che peraltro è molto confortante e rassicurante; parlare con la mamma, condividere pensieri, informarla sugli eventi familiari, ricostruire la narrazione della vita della mamma e del ruolo che ha avuto le ha permesso di potenziarne la rappresentazione interna.
La rappresentazione interna svolge quattro funzioni: modello di ruolo, guida in situazioni specifiche, chiarificazione dei valori, formazione di memorie.
“Il lutto è risolto attraverso la creazione di una relazione con colui che è morto amorevole e in continua crescita, che riconosce le nuove dimensioni psicologiche o spirituali (piuttosto che corporee) della relazione”. (Shapiro 1996)
Beatrice continua nella sua narrazione: “Ieri sera mi sono adagiata sul letto dei miei genitori, in particolare mi sono posizionata sulla parte in cui si coricava la mamma; quando dormivo vicino alla mamma avevo la percezione che il mondo fosse tutto nella sua stanza: avevo pace, quiete, pienezza”. Procede: “ad oggi dico che la pienezza la trovo nel mio mondo interiore e proprio lì incontro la mamma con la quale parlo e mi confronto: è la mia nicchia dorata che ancora, anche se con una modalità diversa, mi protegge dalle brutture del mondo”.
“Quando chiudo gli occhi e penso alla mamma una leggera brezza, un vortice di tenerezza mi avvolge e mi trascina: mi sento al sicuro e protetta. Mi sento amata.”
Il giorno della ricorrenza della festa della mamma Beatrice le ha comprato delle rose rosse: “Nel momento in cui le ho ordinate ho provato una sensazione di pienezza ed è affiorato un ricordo: “avevo otto anni, la mamma era ricoverata in ospedale, nel giorno della festa della mamma annodai al letto dell’ospedale, su cui giaceva la mamma, un cuore grosso di stoffa: ero fiera, orgogliosa.
Quel cuore rosso fiammante, grande, morbido e altri infiniti cuori sono tutti nel mio e insieme pulsano e sviluppano un moto interiore: silenzioso, appagante, spirituale, noetico che è proprio di un atto d’amore.
Siamo di fronte all’espressione della dimensione spirituale o noetica, essa secondo Frankl è parte integrante dell’essere umano e rende l’individuo un’essenza unica, irripetibile e incondizionata che gli permette di trascendere sé stesso.
“Lo spirituale non è qualcosa che semplicemente contraddistingue l’uomo, non diversamente da come lo fanno il corporeo e lo psichico, i quali sono propri anche dell’animale; lo spirituale è qualcosa che distingue l’uomo, che spetta solo a lui e giusto a lui” (Bruzzone, cit. p.93). E’ proprio la capacità di autodeterminarsi e di essere responsabili delle proprie scelte a rendere l’individuo una persona, cioè capace di poter decidere di sé e di veder rispettata la propria autonomia.
Il processo di coping di Beatrice è dinamico: passa tra il coping orientato alla perdita e il coping orientato alla ricostruzione di sé; a fasi alterne, nel corso delle sedute, affronta aspetti legati alla perdita e a volte si orienta verso la ricostruzione.  La trasformazione positiva di Beatrice alimenta e incoraggia la sua progettualità nel breve e lungo termine, le permette di crearsi un nuovo orizzonte di vita, di luce, accompagnata e avvolta da quella sensazione dolce, silenziosa e di gioia spirituale e invisibile, ma profondamente e radicalmente interiore con una pienezza di significato e di senso del proprio percorso esistenziale.
Attraverso la testimonianza esistenziale di Beatrice si evince che l’amata mamma: “DEAD BUT NOT LOST”.
E’ proprio la consapevolezza e la percezione del “NOT LOST” che permette nelle fasi di rielaborazione di lutto di guardare oltre, ovvero di autotrascendersi -uscire da se stessi- e precisamente di raggiungere la dimensione noetica-spirituale.
Continuare ad amare la persona amata significa provare emozioni intime, uniche, implica “l’essere con….” e soprattutto far vivere e portare con sé i nostri cari.
Beatrice nel corso delle sedute finali più volte ha ripetuto: “La mamma: fino al giorno in cui vivrò sarà sempre presente e continuerà a stare con me”. Inoltre in alcuni momenti con il sorriso sulle labbra proferiva: “Dottoressa, sa che più passa il tempo e più mi accorgo di quanto ho amato la mamma e quanto ancora di più continuo ad amarla.
La ripresa del senso della vita che ovviamente scaturisce, come nella narrazione di Beatrice, da una lacerazione viscerale e profonda produce profonda trasformazione interiore che il logoterapeuta sa e può accogliere, perché è proprio la possibilità di accedere alla terza dimensione umana: quella spirituale che permette di dare voce al dolore, di ascoltarlo, di attraversalo e di ridargli un senso. È un soffrire con dignità.
La dignità è un valore in sé stesso perché coglie la persona nella sua unicità, nonché irrepetibilità.
Diversamente da   Freud, Frankl asserisce che c’è non solo un inconscio istintivo, ma anche un inconscio spirituale al quale Beatrice ha dato ascolto e dal quale, grazie alla guida del logoterapeuta, che peraltro non è stato sostitutivo ma “battistrada”, è ripartita.
L’ascolto di sé, della propria intimità, del proprio mondo interiore lacerato dal dolore è un chiarirsi e come recita Ungaretti:
“Il dolore è un chiarirsi che si paga.”
Grazie Beatrice, per aver rafforzato in me la convinzione che la Logoterapia sia “capace di aprire nuovi mondi e direzioni”.

 

Bibliografia

1) Frankl Victor, “La sofferenza di una vita senza senso. Psicoterapia per l’uomo di oggi”, Torino, Elle Di Ci,1992
2) Frankl Victor, “Homo patiens”, Brescia,Queriniana,1998
3) Frankl Victor, “Senso e valori per l’esistenza, la risposta della Logoterapia, “Roma, Città Nuova, 1977
4) Frankl Viktor, “Lo psicologo nel leager”, Milano, Ares , 2009
5) Frankl Viktor, “Logoterapia e analisi esistenziale”, a cura di E. Fizzotti, Brescia, Morcelliana, 2005
6) Bruzzone, Fondamenti psicopedagogici dell’analisi esistenziale, Roma, Carocci Faber
7) Magda Maddalena Marconi,La logoterapia in pratica, Trento, Tangram, 2018
8) Paola Giovetti, Viktor Frankl, Roma, Edizioni Mediterranee, 2001.
10) Magda Maddalena Marconi, Mi ami o mi vuoi bene? Roma, Armando Editore, 2009
11) Domenico Bellantoni, Benessere psicologico in situazioni di emergenza, Milano, Franco Angeli, 2020
12) Eugenio Fizzotti “Il senso come terapia” Fondamenti teorico-clinici della logoterapia di Viktor Frankl, Milano, Franco Angeli, 2017


Dott.ssa Giovanna Franceschini
Psicologa Psicoterapeuta, specializzata in Terapia Breve Strategica a Marina di Carrara

Ambiti d'intervento

Dott.ssa Giovanna Franceschini

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Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Liguria col n. 07 1746

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